venerdì, 1 Marzo 2024

Il principe Torlonia, un figura controversa

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Scriveva Silone in Fontamara: “In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa. Poi viene il principe Torlonia, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe. Poi vengono i cani delle guardie del principe. Poi, nulla. Poi, ancora nulla. Poi, ancora nulla. Poi vengono i cafoni. E si può dire ch’è finito”.

I “cafoni”, il popolo Marso, gli abitanti delle sponde del Fucino. Nessuna frase può esprimere meglio la condizione umana e sociale della gente comune sotto il dominio di Alessandro Raffaele Torlonia, imprenditore e banchiere che prosciugò, fra il 1853 e il 1876, il terzo lago più esteso d’Italia. 

Un salvatore? Un eroe? Un liberatore? Niente di tutto questo. Il “Principe del Fucino”, come meglio conosciuto grazie al titolo concessogli nel 1875, fu principalmente uno scaltro affarista, capace di vedere, meglio di molti altri, la smisurata opportunità di compiere un’impresa, questa sì eccezionale, di diventare padrone di un’enorme quantità di terra fertile a pochi passi da Roma.

Un uomo la cui ambizione, al di là della retorica, emerge chiara dal dettagliato resoconto contenuto nella Descrizione Storica e Tecnica del Prosciugamento del Lago del Fucino, pubblicata da A. Brusse e L. Rotrou in Roma nel 1883. Nonostante il taglio chiaramente celebrativo, frutto anche della spinta verso il progresso tipico della fine del ventesimo secolo, si appalesa come il “Principe” mirasse esclusivamente a massimizzare i profitti della sua opera, senza alcun interesse nei confronti di chi, su quelle sponde, viveva da migliaia di anni, e senza alcuna cura neppure per il bene pubblico, elemento accessorio e recessivo rispetto alla volontà di trarre, in ogni modo, il massimo guadagno.

Il Lago del Fucino non era una pozza d’acqua putrida, una stagnante palude da bonificare, ma parte essenziale dell’identità di un territorio e di un popolo. 

Certo, e qui non si nega, le condizioni all’inizio del secolo decimonono erano di grave povertà, diffuse malattie, inesistenza di infrastrutture e di attività economiche che non fossero, in via generale, legate alla mera sopravvivenza quotidiana. E non si ignora come il prosciugamento abbia portato ad uno sviluppo di una classe agricola e imprenditoriale che, dopo la riforma agraria, ha dato origine al miracolo economico che ha interessato, più di molte altre aree interne, la Marsica. 

Ciò che tuttavia rileva sottolineare è come Torlonia, per il proprio guadagno, abbia cancellato la metà del cuore identitario del popolo Marso. Il lago Fucino è stato per millenni un luogo sacro, ove si svolgevano celebrazioni mitiche, riti magici e tradizioni ormai in gran parte perdute (come ricorda L. Colantoni nella Storia dei Marsi, Roma 1889). Insieme alle foreste, in cui gli alberi costituivano i primi templi e le rocce gli altari degli antichi sacerdoti, le acque del lago erano l’elemento essenziale della storia e della mitologia marsicana. 

Fin dai tempi dell’impero romano, e tanto nei progetti dell’ottocento (C. Afan de Rivera, Considerazioni sul Progetto di Prosciugare il Lago Fucino, Napoli 1823), era ritenuto imprescindibile salvaguardare il centro del lago, così da proteggere l’ecosistema unico in esso esistente, l’identità del popolo marso e la sua stessa storia. L’affarista Torlonia, invece, grazie alla sua quota maggioritaria all’intero della Compagnia deputata al prosciugamento e alla sua influenza sulla “Real Casa” si adoperò affinché “l’emissario fosse costruito in maniera che tutto il lago ne fosse prosciugato” (A. Brisse – L. De Rotrou 1883, 54).

Non pago della distruzione del patrimonio naturale e immateriale (in relazione alle tradizioni, ai riti e alla funzione identitaria), Torlonia di appropriò di gran parte dei ritrovamenti storici, archeologici e artistici derivanti dalle opere di scavo, privando per sempre la Marsica e il suo popolo di ciò che di diritto sarebbe loro spettato. Nonostante alcune opere siano state riacquisite nei decenni passati ed adesso esposte nel Castello di Celano (si veda La Collezione Torlonia, a cura di A. Campanelli, Carsa, Pescara 2003) molte altre rimangono invisibili al pubblico e agli studiosi. Moltissimi reperti non sono stati neppure catalogati, e difficilmente si potrà mai restituire o ricostruire la verità su cosa il “Principe” abbia trovato e sottratto durante due decenni di lavori.

Riguardo, infine, all’idea comune che, in fin dei conti, il prosciugamento del lago abbia generato e tutt’ora sia fonte di grande ricchezza per tutta la Marsica, ciò rappresenta un grande fraintendimento. Se non vi fosse stata la caduta del fascismo, di cui Giovanni Torlonia (erede del prosciugatore) era sostenitore (la residenza romana di Mussolini era stata da lui concessa a titolo praticamente gratuito e il principe era stato nomianto dal dittatore ministro di Stato) e la fine della monarchia, la condizione del popolo marso e degli abitanti del Fucino sarebbe, molto probabilmente, non molto diversa dalla sudditanza di cui narra Silone. Solo grazie alla riforma agraria, alla redistribuzione delle terre ai contadini, alla nascita di una Repubblica democratica basata su una vera Costituzione, che la Marsica ha potuto, dopo oltre cinquant’anni di sfruttamento e spoliazione da parte dei Torlonia, godere dei frutti della sua terra.

Tutto questo per dire che voler mettere in discussione l’intitolazione del Liceo Classico a Torlonia è tutt’altro che un pensiero peregrino. Se per oltre centocinquant’anni il “Principe” è stato descritto come un eroe, un salvatore, o addirittura un benefattore della terra fucense, non sembra sbagliato, alla luce di una più attenta valutazione storica, anche ricordare come abbia sfruttato con avidità la terra, annientato un’identità millenaria, sottratto i reperti archeologici, ed utilizzato la Marsica come null’altro che uno strumento di personale profitto.

Ben venga, dunque, un sano dibattito su questa figura e sull’opportunità che lo stesso sia ancora meritevole di dare il nome ad un Liceo.

di Gianmaria Alessandro Ruscitti

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