domenica, 21 Luglio 2024

Bullismo, bodyshaming e la vergognosa challenge “Boiler Summer Cup”: facciamo chiarezza con le dottoresse Masciotta e Lucchese

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Storie dalla Provincia

Bodyshaming: un parolone che rimbalza su tantissimi post pubblicati ogni giorno, utilizzato nel modo scorretto e confuso con tanti altri concetti. Oggi noi di Storie d’Abruzzo vogliamo fare chiarezza una volta per tutte per dire basta a questo fenomeno ampiamente diffuso da anni che ha trovato oggi una platea vastissima: quella dei social.

Il bodyshaming è una forma di bullismo che mira a ridicolizzare i corpi delle persone, nessuno escluso: corpi “troppo” grassi, corpi “troppo” magri, “troppo” muscolosi o “troppo” poco, insomma quasi nessuno può sfuggire a queste aspre critiche non costruttive. Ma c’è una categoria che ne risente maggiormente, ovvero quella delle persone grasse. Negli ultimi tempi abbiamo assistito ad un altro episodio contro queste ultime: si chiama Boiler Summer Cup, la nuova challenge che spopola su TikTok che preoccupa in modo particolare le donne. La sfida prevede di corteggiare ragazze grasse, più il peso è grande più punti si guadagnano e le ragazze in questione vengono riprese a loro insaputa. Dopodiché vengono spesso umiliate, quando scoprono che era solo un “gioco”, purtroppo però per niente divertente visto che le vittime rischiano di perdere la loro autostima.

Oggi siamo con le dottoresse Arianna Masciotta, dietista e nutrizionista che abbiamo intervistato qui, e Rosatiziana Lucchese, Psicologa, Psicoterapeuta, Terapeuta EMDR e Facilitatore Mindfulness (troverete più info su https://www.instagram.com/_cara_mente/)

Dottoressa Arianna Masciotta, può inquadrarci meglio l’argomento Body Shaming e Grassofobia?

Il body shaming e la grassofobia sono due cose ben distinte. Il body shaming è la discriminazione o la derisione di una persona per il suo aspetto o per una caratteristica fisica (o più caratteristiche). Per essere definito tale si può prendere di mira qualsiasi cosa: dall’altezza, al colore della pelle, alla grandezza del seno, la presenza o meno di tatuaggi, la presenza di peli e molto altro. Solo negli ultimi anni ci siamo imbattuti in questa nuova parola, ma il body shaming è sempre esistito, come se non riuscissimo ad accettare qualcosa che è diverso da noi.
La grassofobia invece è una e vera e propria stigmatizzazione del corpo grasso, e ne fanno parte tutti i pregiudizi che abbiamo nei confronti delle persone grasse. Attribuire loro degli aggettivi o caratteristiche come pigre/impacciate/non affidabili/ingorde/che non si prendono cura di loro stesse e molto altro. Per fare un esempio, è come se tutti pensassimo che le persone dai capelli scuri siano poco intelligenti, cosa ovviamente falsa. Diventa esattamente come un marchio, ed è quindi un fattore culturale difficile da estirpare perché purtroppo ben radicato. Basti pensare che anche in ambito medico si osserva questa discriminazione, molti medici infatti invitano costantemente il paziente a dimagrire, ogni problema diventa legato e ridotto al peso, spesso infatti questi pazienti vengono abbandonati a loro stessi. Si è ancora troppo legati al BMI ovvero l’indice di massa corporea, il quale non è attendibile poiché prende in considerazione solo peso ed altezza e non tante altre variabili davvero importanti, primo fra tutte il DNA. Purtroppo ogni volta che si parla di questo argomento si tira in ballo il discorso della salute, e tutti si prendono la briga di dare dei consigli non richiesti per dimagrire o perdere peso, perché si fa questo? Perché nel profondo c’è una forte paura di ingrassare e una non accettazione del grasso mascherandolo attraverso la preoccupazione per la salute. Spesso questa discriminazione inizia in famiglia, con i genitori che ahimè, a volte, invece di aiutare aumentano ancora di più queste convinzioni e pressioni attraverso consigli non richiesti e commenti sul corpo molto critici. Viviamo in una realtà virtuale dove facciamo difficoltà a sapere cosa sia reale e cosa no. Attraverso l’uso di filtri, foto ritoccate, immagini false, la società ci spinge sempre a raggiungere il corpo perfetto e ideale, e nessuno ci dice che in realtà questo non esiste. E’ qualcosa di astratto che non possiamo raggiungere. Un altro concetto importante su cui bisogna soffermarsi è la cultura della dieta ovvero tutte quelle convinzioni, false credenze rivolte all’alimentazione, il rapporto con il peso e con il cibo che ha contribuito molto alla grassofobia. Questa si è sviluppata intorno agli anni ‘80 per pubblicizzare prodotti dimagranti, detox, programmi per dimagrire, tutti a scopo di lucro trasformando la parola dieta, che vuol dire semplicemente “stile di vita”, in termini come “dimagrire/perdere peso/restrizione calorica ecc..”, ovvero qualcosa che si fa per un periodo di tempo per raggiungere il corpo dei sogni con la convinzione che “essere in salute” voglia dire “essere magro”. Questo ha delle ripercussioni fortissime soprattutto negli adolescenti, con il rischio di sviluppare disturbi alimentari come anoressia, bulimia, binge eating e soffrire di dismorfofobia, ovvero la percezione sbagliata che si ha del proprio corpo visto allo specchio, amplificandone i difetti, le imperfezioni e la forma, osservandolo come se si volesse cambiare. Allora ecco che la cosa migliore per la società sarebbe proprio l’accettazione del grasso, accogliere la diversità fra corpi, la presenza di corpi non conformi, definire i difetti non come tali ma come caratteristiche, perché è questa la realtà. Ogni corpo è valido, ogni corpo vuole essere rispettato ed incluso”.

Parliamo della Boiler Summer Cup: una terribile challenge che spopola su TikTok e sta caricando di ansia molti giovani. Consiste nel raggirare ragazze grasse, tentare di “conquistarle”, mediante però la presa in giro e l’umiliazione. Cosa sta succedendo?

“Questa della boiler summer cup è l’ennesima forma di grassofobia a cui abbiamo assistito nelle ultime settimane che prende di mira ragazze che vengono derise, bullizzate, molestate, violentate psicologicamente e manipolate. Dal punto di vista psicologico questa challenge lascia dei segni non indifferenti con anche la possibilità di cadere in disturbi alimentari, pensieri ossessivi nei confronti del cibo, un rapporto complesso con il proprio corpo e/o la possibilità di iniziare diete restrittive fai-da-te che portano molta frustrazione e tanto stress. Possono essere ragazze che hanno fatto tanto per lavorare su loro stesse e da un momento all’altro rimpiombano in quel vortice di insicurezze e sfiducia, riuscirne non è sempre facile.
Ci vuole quindi un’ampia dose di informazione sia per ragazzi a scuola ma anche per i genitori, riuscire a denunciare questi episodi gravi di bullismo e divulgare questi concetti importanti che purtroppo socialmente e culturalmente non ancora sono riconosciuti. Negli ultimi anni per fortuna si sta smuovendo qualcosa ma c’è ancora tanto lavoro da fare. Non nascondiamoci dietro un dito, tutti noi almeno una volta nella vita abbiamo fatto body shaming o siamo stati (o siamo ancora) grassofobici, ma dobbiamo essere consapevoli del fatto che succede proprio perché i nostri pensieri sono in realtà influenzati dalla società in cui viviamo, da quello che i mass media ci fanno vedere, da quello che i nostri genitori e le persone che conosciamo ci dicono. L’importante è esserne consapevoli, interiorizzare i suddetti concetti, avere un atteggiamento e un approccio di tipo inclusivo e cercare sempre di migliorarsi per liberarsi dal giudizio”.

Parliamo di psicologia. Dottoressa Lucchese, cosa succede alle vittime di questa challenge (e più ampiamente, di bullismo)?

“Va fatta una brevissima parentesi che è quella di rendere noto quanto oggi più che mai c’è l’uso del cyberspazio, ovvero uno spazio in cui ci si ritrova con amici virtuali. Persone alle volte mai viste ma che sentiamo vicine emotivamente. La tematica della distanza porta, non sempre all’utilizzo di questo spazio digitale in modo disfunzionale, pensando erroneamente che il virtuale può non essere reale. In questo caso specifico l’umiliazione, la prevaricazione e l’uso improprio di immagini e contenuti a danno di una persona ignara, crea dei danni lesivi alla vittima, violando la sua privacy. Tra i comportamenti dannosi online è stato individuato il “trickery” ovvero l’inganno intenzionale, conquistando la fiducia della persona per poi diffondere online confessioni e informazioni personali. In questo modo la fiducia viene lesa e le relazioni potrebbero essere vissute come una minaccia alla propria identità, al proprio valore oltre che a non riuscire più ad intrattenere relazioni sane, per il timore di essere derise. Potrebbe non succedere sempre ma è molto probabile che la vittima possa perdere fiducia nell’altro e in sé stessa. Per tale ragione, chiedere aiuto prima alla propria rete familiare/amicale e successivamente ad un professionista intraprendendo un percorso di supporto psicologico è un comportamento sano ed utile alla sanità mentale di chi si ritrova a vivere eventi di vita traumatici”.

Parliamo di prevenzione del fenomeno.

“Sicuramente una buona propaganda del fenomeno attraverso interventi educativi nelle istituzioni come la scuola, potrebbe essere una variabile in più da considerare. La seconda variabile fondamentale è il supporto della rete familiare. La famiglia è il primo focus attentivo che può evidenziare eventuali cambiamenti nei figli. Conducendoli all’eventuale scoperta di quanto i figli silenziosamente stanno vivendo. Ed infine rivolgersi ad un professionista che possa aiutare la vittima e anche il sistema familiare a fronteggiare la ferita causata dagli atti di bullismo vissuti. Nello specifico mi sento di dire che oltre ad un percorso di tipo psicoterapeutico trovo utile l’uso dell’EMDR (Eye Desensitization and Reprocessing) come metodo di rielaborazione e desensibilizzazione del trauma e di problematiche legate allo stress, soprattutto allo stress traumatico”.

Il comportamento del bullo e della vittima: chi sono? come agiscono?

“Trovo utile fare un brevissimo accenno sulla definizione del fenomeno, che prevede atti aggressivi e intenzionali di prevaricazione della persona, sia in termini fisici che psichici. Tali comportamenti possono essere ripetuti nel tempo e prevedono l’asimmetria di potere tra chi è il “leader”, ovvero il bullo, e chi viene identificato come la vittima. Un ulteriore criterio menzionato all’interno del fenomeno è la partecipazione di spettatori o di complici, quindi un fenomeno che si manifesta in gruppo prevalentemente, ma non solo. Ciò che il fenomeno può scatenare potenzialmente sulle vittime è l’insorgenza di sensi di colpa, vergogna, stati ansiosi, stati depressivi, disturbi del sonno, isolamento, calo del rendimento scolastico. In alcuni casi il fenomeno ha portato al suicidio, come la cronaca spesso nella storia ci ha informati. Una variabile fondamentale è la soggettività, con questo voglio dire che ogni persona può manifestare sintomi differenti e che quelli sopra menzionati sono quelli che generalmente è possibile osservare. Il bullo viene spesso identificato come quella persona che mostra scarsa empatia verso la vittima e tendenzialmente mostra comportamenti aggressivi, con la tendenza a manifestare atteggiamenti positivi verso la violenza. Differenti studi mettono in luce una variabile importante ovvero il concetto di sé. Come la persona si percepisce sia in termini emotivi e cognitivi, rispetto alle credenze di se stessi alle capacità che sentono di avere. Inoltre il valore che la persona si attribuisce fa emerge il concetto di autostima. Sulla base di quest’ultimo concetto vi sono pareri discordanti. Alcuni studi affermano che dietro l’ostentata sicurezza del bullo vi sia un basso livello di autostima che viene esorcizzata recitando il copione del “leader”, sicuro e forte. Altri studi invece affermano che il bullo presenta un livello alto di autostima, elevate abilità sociali, capacità di istigazione degli altri e un basso livello di tolleranza della contrarietà. Mostrano una tendenza alla manipolazione e alla difficoltà nel rispetto delle regole, usando l’inganno per trarne vantaggi personali. È possibile osservare un disinteresse per gli aspetti scolastici ed un interesse predominante per la ricerca di emozioni estreme. Sulla base di quanto detto possiamo ipotizzare che le conseguenze della psiche del bullo siano connesse ad un sistema familiare che ha definito l’assenza di relazioni funzionali tra genitori e figli, esposizione alla violenza o a modelli violenti di comportamento, insulti, minacce, umiliazioni, abusi, violenze subite in prima persona o assistite. Anche in questo caso non vi è una certezza dell’agito e del perché di quest’ultimo, vi è sempre l’aspetto della soggettività che può dare voci a differenti esiti e probabili correlazioni. Sicuramente un mito da sfatare è che il bullo sicuramente e prevalentemente provenga da un sistema socio culturale ed economico basso”.

Un’ultima domanda su questa challenge di TikTok: è un fenomeno allarmante? Si svolge in “branco”?

“Oggi ci troviamo nell’era del digitale, dove tutto è reso noto ed esposto al pubblico. Dove attraverso i social network le persone sono costantemente connesse. Attraverso questi strumenti si chiede approvazione, ci si espone, ci si innamora, si condivide, ci si blocca o addirittura ci si cancella. In questo modo i social diventano uno spazio dove ognuno rappresenta se stesso e dove l’immagine collettiva sembra assumere una valenza fondamentale. Per questa ragione la condivisione e l’approvazione all’interno del gruppo dei pari diventa importante, questo li fa sentire di appartenere a qualcuno/qualcosa. Tali dinamiche possono essere presenti sia in termini funzionali che all’interno di dinamiche disfunzionali come il Cyberbullismo. Quando parliamo della challenge su TikTok, ovvero la Boiler summer cup, dal poco materiale emerso, che chiaramente richiederà tempo per poterlo identificare come un nuovo fenomeno, (ad oggi non vi è certezza) è abbastanza visibile che il messaggio disfunzionale che passa è quello di una sfida che ha a che fare con tutte le ripercussioni che possono svilupparsi del cyberbullismo e che includono ferite della psiche che hanno effetti a a breve e a lungo termine. La vittima viene derisa per la sua fisicità ed ingannata di un finto interesse emotivo e relazione, che prevede solo l’acquisizione di punteggi per la scalata alla vittoria. Il cyberbullismo è una molestia perpetrata nel tempo e attraverso una rete internet che prevede attacchi intenzionali da parte dei cyberbulli che agiscono online. I segnali che un genitore potrebbe identificare nei figli sono: disturbo dell’alimentazione, del sonno, rifiuto o eccessivo utilizzo di internet, (caratteristica misurata in base alle abitudini soggettive), disturbi psicosomatici, comportamenti insoliti. Tale fenomeno nei casi peggiori induce a gesti estremi, visto come unica soluzione per mettere fine ad una serie di vissuti dolorosi”.

Ringraziamo le dottoresse per la loro cortese spiegazione dei fenomeni del bullismo, bodyshaming e della challenge. 

Dott.ssa Arianna Masciotta: https://www.instagram.com/aliment_anima/

Dott.ssa Rosatiziana Lucchese: https://www.instagram.com/_cara_mente/

Le immagini creative utilizzate appartengono ad Arianna Masciotta.

Silvia D’Orazio

 

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